Skip to main content Skip to page footer

Il prezzo invisibile della soia

Dal Brasile alla Cina, il viaggio di una coltura che consuma acqua, terra e foreste

Enorme raccolto di soia in un'area deforestata della foresta pluviale amazzonica nel Mato Grosso, in Brasile. Deforestazione per le aziende agricole confinanti con il Parco Indigeno dello Xingu.

Sembra solo un chicco. Piccolo, secco, quasi innocuo. Eppure, quando la soia lascia il Brasile e attraversa l’oceano verso la Cina, non trasporta soltanto mangime: con sé porta ettari di terra, pioggia assorbita dal suolo, equilibri ecologici, trasformazioni agricole, scelte politiche. Porta via risorse e racconta un sistema alimentare globale in cui ciò che finisce nelle mangiatoie degli allevamenti ha effetti molto più lontani del previsto.

È da questo intreccio che parte la ricerca di Camilla Govoni, ricercatrice presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Ambientale del Politecnico di Milano. In questa intervista racconta perché una coltura apparentemente semplice sia diventata uno snodo strategico tra Sud America e Cina, e perché dietro il commercio globale di mangimi si nasconda una domanda molto concreta: quante risorse invisibili stiamo spostando da una parte all’altra del mondo?

Camilla, partiamo da te: com’è nato il tuo interesse per questo tema?

Ho studiato ingegneria ambientaleal Politecnico di Milano, sia in triennale sia in magistrale. Ho iniziato a occuparmi di questi temi già durante la tesi magistrale, lavorando con la professoressa Rulli e con il Dipartimento di Veterinaria dell’Università Statale di Milano, con cui collaboro ancora oggi. Da lì ho proseguito con il dottorato, partendo dalla deforestazione in Brasile legata alla soia per poi analizzare in maniera più ampia il legame tra settore zootecnico, uso di risorse naturali e potenziali soluzioni più sostenibili e resilienti.

Quello che mi interessava capire era il legame tra produzione agricola, allevamento e cambiamenti nell’uso del suolo. La deforestazione, infatti, è collegata soprattutto a due fattori: l’allevamento bovino e la soia, che viene usata in gran parte come mangime. In questo senso il settore zootecnico è il vero snodo della questione.

Perché la soia è così centrale in questa storia?

Perché è una delle fonti proteiche più efficienti oggi disponibili per l’alimentazione animale, ed è molto difficile sostituirla. Viene usata soprattutto per polli, suini e bovini da latte, cioè in tutte quelle filiere dove serve una quota proteica elevata nella dieta.

Negli ultimi anni, in molti Paesi – soprattutto quelli in rapido sviluppo – è aumentata molto la domanda di prodotti di origine animale. E la soia, di fatto, accompagna questo cambiamento: è una proteina vegetale che viene prodotta su larga scala, esportata e poi trasformata in mangime per gli animali.

Ed è qui che entra in gioco anche la Cina?

Sì, perché la Cina è il grande motore attuale di questa domanda. Una quota enorme della soia esportata dal Brasile finisce lì. La domanda che ci siamo posti nella ricerca era proprio questa: quante risorse del Brasile, in termini di suolo e acqua, stanno accompagnando questo cambiamento delle diete e dello stile di vita in Cina?

Il punto interessante è che non stiamo parlando solo di commercio. Stiamo parlando di risorse naturali che vengono utilizzate in un territorio per sostenere consumi e sistemi produttivi altrove.

Spesso si dice che i prodotti animali abbiano un impatto ambientale elevato. Da dove nasce questo impatto?

Il punto centrale è la dieta degli animali. Per produrre carne, latte o altri prodotti di origine animale servono grandi quantità di mangimi, e quindi grandi quantità di risorse agricole, a partire dalla produzione di cereali e proprio della soia. È lì che si concentra una parte importante dell’impatto ambientale: nell’uso di suolo, acqua e coltivazioni necessarie a sostenere l’allevamento.

In questo senso, il problema non è “l’animale” in astratto, ma tutto il sistema produttivo che sta dietro alla sua alimentazione. Ed è per questo che la soia è così centrale: perché collega direttamente la crescita della produzione animale alla pressione su territori e risorse naturali.

Uno degli aspetti più interessanti della tua ricerca riguarda l’acqua. Perché è così importante?

Perché spesso viene sottovalutata. Quando si parla di soia, si dice spesso che “è meglio” importarla dal Brasile perché lì, grazie al clima favorevole, viene irrigata pochissimo rispetto ad altri Paesi. Questo è vero, ma solo se guardiamo alla cosiddetta acqua blu, cioè all’acqua prelevata per irrigazione.

In realtà la soia in Brasile usa comunque molta acqua: quella verde, cioè acqua da precipitazione. E quest’acqua ha un ruolo fondamentale nel ciclo idrologico, nella fertilità dei suoli, negli equilibri ecologici e nel funzionamento stesso delle foreste. Non è una risorsa gratuita o irrilevante solo perché cade dal cielo.

Qui entra il concetto di “acqua virtuale”. Che cosa significa?

Significa che quando unPaese esporta una coltura o un prodotto alimentare, che sia processato o meno, esporta in qualche modo anche le risorse che sono servite a produrla. Se io coltivo soia in Brasile e poi la consumo in Cina o in Europa, quelle risorse (suolo, acqua, energia) restano fisicamente in Brasile, ma il beneficio del loro utilizzo si sposta altrove.

Nel caso della soia brasiliana, quindi, tutta quell’acqua verde utilizzata per far crescere la coltura viene di fatto “incorporata” nel commercio internazionale. È questo che chiamiamo acqua virtuale: una risorsa invisibile, ma molto concreta nei suoi effetti.

La soia non è quindi solo una questione agricola, ma anche geopolitica..

Assolutamente sì. Da una parte c’è il Brasile, che usa enormi risorse per produrre una coltura destinata all’esportazione; dall’altra c’è la Cina, che importa questa soia per sostenere il proprio sistema zootecnico. In mezzo ci sono infrastrutture, commercio globale, rapporti di forza e scelte politiche.

E c’è anche una contraddizione molto forte: il Brasile è una potenza agricola, ma continua ad avere problemi di sicurezza alimentare locale, soprattutto per quanto riguarda frutta e verdura. In altre parole, in molti casi conviene di più coltivare soia per l’export che produrre cibo per l’uso locale.

Negli anni si è parlato molto della moratoria sulla soia in Amazzonia. Ha funzionato?

In parte sì: soprattutto all’inizio ha avuto un effetto positivo nel ridurre la deforestazione diretta legata alla soia nelle aree dell’Amazzonia coperte dalla moratoria. Ma il problema non è scomparso, si è spostato.

Quello che è successo, semplificando, è che la soia ha continuato a espandersi occupando terreni dove prima c’erano pascoli, mentre gli allevamenti sono stati spinti più in là, anche verso le aree amazzoniche. Così il legame diretto tra soia e deforestazione è diventato meno visibile, ma il legame indiretto è rimasto fortissimo.

Quindi oggi associare la deforestazione solo all’allevamento rischia di essere fuorviante?

Esatto. Non si tratta di dire che oggi la deforestazione dipenda “solo” dall’allevamento e non più dalla soia. Il punto è che il rapporto tra le due cose è diventato più indiretto: la soia continua a espandersi, ma spesso lo fa occupando aree già utilizzate in precedenza per altre attività, che a loro volta si spostano altrove. Per questo la sua responsabilità non scompare: diventa più difficile da vedere dentro una dinamica territoriale più ampia.

Guardando al futuro: quali soluzioni intravedi?

La soluzione più lineare sarebbe ridurre il consumo globale di carne, e certamente aiuterebbe molto. Però bisogna fare i conti con la realtà: pensare a una diminuzione rapida e su larga scala, soprattutto nei Paesi che stanno crescendo economicamente, è molto difficile.

Per questo una strada importante è intervenire sulla dieta animale, cioè trovare alternative alla soia. Sostituire i cereali è relativamente più semplice, perché esistono più opzioni e anche molti sottoprodotti riutilizzabili. Sulla parte proteica, invece, la sfida è più complessa.

Ed è qui che entra la tua ricerca sugli insetti?

Sì. Gli insetti hanno un potenziale molto interessante come fonte proteica alternativa alla soia. Possono avere un profilo nutrizionale e proteico, molto buono e, soprattutto, la loro efficienza nasce dal fatto che potrebbero essere allevati su scarti organici e sottoprodotti.

Il problema, almeno in Europa, è soprattutto normativo e culturale. Oggi gli insetti vengono regolati in modo molto restrittivo, quasi come se fossero bovini o suini, e questo ne riduce tantissimo il vantaggio. Se per far crescere insetti devi usare mangimi “nobili”, perdi gran parte dell’efficienza del sistema.

Quindi non esiste una soluzione unica…

No, difficilmente esiste. Anche puntare tutto al 100% sugli insetti creerebbe altri problemi. La direzione più sensata è quella di un equilibrio: produrre soia entro limiti compatibili con le risorse disponibili e senza nuova deforestazione, e integrare il resto con altre fonti proteiche, dagli insetti alle farine alternative.

Ma niente di tutto questo funziona davvero senza politiche pubbliche: servono regole, incentivi, sostegno iniziale alla transizione. Le soluzioni tecniche da sole non bastano.

Che cosa ci insegna questa ricerca?

Che il cibo non è mai solo cibo. Dietro una bistecca, un bicchiere di latte o un mangime ci sono catene lunghissime di risorse, territori e decisioni. E che spesso l’impatto ambientale più grande è quello che non vediamo subito: non solo la foresta che arretra, ma anche l’acqua invisibile che viaggia con le merci e cambia gli equilibri di interi Paesi.

La soia che parte dal Brasile per nutrire gli allevamenti del mondo ci obbliga a guardare il sistema alimentare per quello che è davvero: globale, interdipendente e profondamente politico.

Sullo stesso tema

Ti racconto la mia ricerca
La tomba di Shepseska
L’eclissi che segnò la fine della IV dinastia egizia

Giulio Magli ci svela i segreti dell’archeoastronomia.

Ti racconto la mia ricerca
Nuove strategie per gestire le acque e aumentare la resilienza del territorio

Conosciamo il progetto MAURICE direttamente sul campo.

Ti racconto la mia ricerca
Healthcare management: una ricerca che lascia il segno su società e territorio

Dal laboratorio al mercato: l’exploitation nella ricerca scientifica

Incontri
Nanni Strada
Moda e innovazione: la visione senza tempo di Nanni Strada

Dall’abito comprimibile ai capi senza cuciture: quello di Nanni Strada è il contributo di una pioniera che ha ridisegnato i confini della sartoria

Ti racconto la mia ricerca
Sulle rotte dell’interculturalità a Milano sul filobus 90/91

Esplorando la diversità urbana con Martina Bovio e il suo studio sul trasporto pubblico come spazio pubblico

Potrebbe interessarti

Materials
Banco di Melloni
Nel museo dei laser dove la fisica racconta la sua storia

Strumenti d’epoca e prototipi pionieristici ripercorrono un secolo di ricerca, fino ai laser ultraveloci e alla scienza degli attosecondi.

Mobility
Bob, biciclette, carrozzine e piedi: l’HexaLab di Lecco è il simulatore multisport più avanzato al mondo

L'HexaLab del Polo Territoriale di Lecco si basa sulla pratica dello Human in the loop, per cui l’essere umano può controllare il simulatore e interagire fisicamente con l’attrezzo e il mondo “simulato” che lo circonda.

One Health
Le persone e le idee dietro gli occhiali del futuro: storie di ricerca dallo Smart Eyewear Lab

Un racconto appassionato del laboratorio del Politecnico di Milano e di EssilorLuxottica, attraverso le voci dei suoi ricercatori

Mobility
Arte, scienza e tecnologia nel design unico delle hypercar di Horacio Pagani

A tu per tu con l’imprenditore italo-argentino, fondatore della Pagani Automobili, che col suo talento ha rivoluzionato il settore automotive

Materials
Sericina in polvere estratta dal liquido di sgommatura
Dallo scarto al valore: la ricerca di CELLS tra seta, sostenibilità e nanofibre
Un filo di seta lungo un chilometro e un’acqua considerata scarto diventano il punto di partenza per una nuova idea di sostenibilità. Al Politecnico di Milano, nel laboratorio CELLS - Circular Economy Lab for Life Sciences, la sericina trova una seconda…